“È come se il caffè lentamente affondasse nel mare. Tutto intorno cambia, ma qui no,” scriveva nel 1996 lo scrittore svedese espatriato Ulf Peter Hallberg, descrivendo un bar sulla Sophienstrasse a Berlino. Non sappiamo se quel bar senza tempo esista ancora oggi — o se sia scomparso come tanti edifici, storie e voci negli ultimi 30 anni.
Born to Die in Berlin è un documentario che parla della cancellazione urbana e storica causata dalla speculazione immobiliare, dalla gentrificazione e dalla turistificazione.
“La luce di un riflettore al margine di una fossa cade sui resti di un vecchio edificio. Si possono vedere le sue antiche cantine. Sembrano cripte infinite che si estendono sotto tutta Berlino,” scriveva di nuovo Hallberg nel 1996.
Oggi, nel 2024, quelle cripte sono scomparse. Cosa resta? Una versione omogeneizzata e globalizzata della città consumata dalla crescita speculativa? Oppure sacche di resistenza e rigenerazione?
Attraverso le voci di coloro che vivono e amano Berlino — custodendo sia il suo presente che la sua storia — Born to Die in Berlin cerca risposte. Dalla resistenza della città all’espansione di Amazon, alle lotte dal basso per il diritto all’abitare e la preservazione del tessuto sociale, degli spazi creativi e della memoria viva, Berlino si mostra determinata a non morire. È una posizione umana e sociale contro le forze della speculazione.

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