Questo film racconta una storia dimenticata: quella del giovane militante ticinese Bruno Breguet che, nel giro di pochi anni, è entrato in contatto con i principali gruppi legati alla lotta armata. Nel giugno del ‘70, appena ventenne, iscritto con buoni risultati al Liceo di Lugano, viene arrestato in Israele mentre tenta di introdurre materiale esplosivo per sostenere la resistenza palestinese. Sconterà sette anni di carcere duro. Da quel momento un’escalation: il coinvolgimento in diversi attentati al fianco di Carlos e al contempo due grandi storie d’amore. Breguet dedica la sua vita alla ricerca di una sua personale visione di giustizia sociale. E poi nel 1991 i contatti con la CIA e nel 1995 la misteriosa sparizione: Bruno scompare da un traghetto fra l’Italia e la Grecia. Dopo un primo periodo di clamore mediatico, la scomparsa di Breguet sparisce anche dalla discussione pubblica, lasciando attorno a sé un mare di silenzio e tante domande senza risposta.


La riflessione portata avanti da Cerri ne La scomparsa di Bruno Breguet, film presentato di recente anche in Italia grazie alla 14esima edizione di Cinema Svizzero a Venezia, è di quelle amare, soprattutto alla luce della caotica situazione contemporanea in cui gli interessi colossali delle multinazionali hanno gettato il mondo in uno stato di conflitto endemico: pur essendo uno un pacifista, e rifiutando con decisione il concetto di lotta armata, quanto è comodo professarsi contro la violenza quando questa non incide direttamente sulla nostra vita?
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