La natia Costa d’Avorio, il deserto, la Libia. Il canale di Sicilia, Lampedusa, Roma. Castelvolturno, Caserta, Rosarno. E di nuovo Caserta. Mamadou Kouassi Pli Adama ha attraversato diverse frontiere e ha abitato in diverse città italiane: i luoghi che ha incontrato sono cambiati nel tempo, ma non sono cambiate le condizioni di lavoro dei migranti dell’Africa subsahariana. Mamadou ha lavorato nei campi di tabacco nel casertano, ha raccolto arance a Rosarno, e ha conosciuto così la realtà dello sfruttamento lavorativo e il caporalato. Alla ribellione dei migranti a Rosarno nel gennaio 2010 è seguita quella che Mamadou definisce una vera e propria “caccia al nero”, da cui è riuscito a fuggire anche grazie alle istituzioni dello stato italiano. Sono le stesse istituzioni che gli hanno rilasciato il permesso di soggiorno “umanitario” per aver subito violenze e sfruttamento entro i confini italiani: un’eccezione alla regola che evidenzia bene le condizioni lavorative dei migranti in Italia, e non solo. Di fronte alle ingiustizie e allo sfruttamento Mamadou non si è arreso, anzi, si è indignato e ha iniziato a prendere parte a manifestazioni e movimenti politici locali, finendo per diventare portavoce del Movimento dei Rifugiati e dei Migranti di Caserta.

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