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2 Settembre 2025

Venezia 82 e la Palestina. Il finto impegno dello star system italiano

Scritto da Redazione Openddb in 

Prendere posizione sulla Palestina senza prendere davvero posizione: è il finto impegno dello star system italiano che, in occasione della Mostra del Cinema di Venezia e dell’appello Venice 4 Palestine, ha perso una buona occasione per tacere.

Avremmo preferito il silenzio rispetto alle puntualizzazioni, ai passi indietro, all’equidistanza, alla neutralità del mondo dell’arte (ma quando mai!), al sentir parlare di censura e di spazi che devono accogliere tutti. Appelli per la pace scritti come letterine a Babbo Natale: senza cause, senza responsabili, senza aggrediti e aggressori. Una grande operazione di appiattimento – non quella di Israele, che prevede che “nemmeno una casa resti in piedi a Gaza City” – ma quello morale, che mette tutto sullo stesso piano.

Abbiamo così avuto il privilegio di ascoltare le dichiarazioni dei grandi professionisti del cinema mainstream italiano. Queste righe sono per esprimere massima solidarietà a chi è stato costretto a rinunciare al quarto spritz per essere intervistato sulla questione.

Iniziamo con Carlo Verdone, infastidito perché “tirato in mezzo” ha dovuto perdere minuti preziosi per esprimersi su una tragedia che, da Roma, non si vede. Ci ha tenuto a dire che sì, è brutto quando la gente muore, ma che c’entrano il povero Gerald Butler e la povera Gal Gadot?

Paolo Sorrentino si pulisce invece la coscienza utilizzando la parola genocidio, come se bastasse a risolvere la questione. Quindi genocidio sì, ma che colpa hanno Butler e Gadot? Forse nessuna, se ignoriamo che Butler ha raccolto 60 milioni per le IDF e che Gadot ha servito e insegnato nelle stesse forze armate. Immaginiamo, signor Sorrentino, che il genocidio si compia da solo, come per magia. Proprio come la UEFA che ha ricordato la morte del calciatore gazawi Souleiman Obeid “dimenticando” di dire che è stato ucciso dai soldati. Anche qui, casualità. Chiudendo con Sorrentino, ci teniamo a ricordare che il suo prossimo film lo distribuirà Mubi, che a maggio ha accettato 100 milioni di dollari da Sequoia Capital, un fondo d’investimento che ha profondi legami con lo sviluppo militare di droni, intelligenze artificiali e armi “israeliane”. Immaginiamo che anche qui la relazione col riconosciuto Genocidio sia nulla in questo magico mondo in cui causa e effetto non esistono più.

Gianfranco Rosi si dice “d’accordo con ogni protesta”, ma evita accuratamente la parola genocidio preferendo “follia” e “mattanza”. E poi la chicca sulla censura: peccato che la censura la eserciti chi ha potere, non chi dal basso contesta. Impedire a due complici delle IDF di sorridere sul red carpet non lo chiameremmo censura, ma decenza.

E poi c’è Pupi Avati, che si chiede: “Ma davvero pensiamo che una marcia a Venezia possa cambiare le cose?” Forse no, ma di certo continuare a fare film ambientati a Bologna ignorando il mondo fuori non le cambierà di più. Solidarietà anche a lei, privato dell’occasione di parlare solo di cinema mentre fuori scorre la storia.

Solidarietà, dunque, a tutti i professionisti disturbati nel loro habitat naturale: il red carpet. Ci auguriamo che il resto della Mostra scorra senza più simili fastidi, e che le foto vengano bene. Perché questo è il sistema del cinema mainstream italiano: un circolo chiuso, progressista a parole, equidistante nei fatti. Una comunità più preoccupata degli incassi e delle relazioni che della realtà brutale fuori dalla sala. Persone che firmano appelli per la pace, ma guai a nominare occupazione, apartheid, pulizia etnica. Critiche sì, ma sempre a metà, con garbo, senza indispettire i finanziatori.

Questa è la mediocrità travestita da etica: un posizionamento neutro che non è neutrale, ma complice. Una passerella sul red carpet, con un badge di solidarietà spicciola appuntato al petto, come se bastasse una firma per sentirsi assolti dalle responsabilità storiche del tempo che viviamo. Si parla di libertà d’espressione ma ci si nasconde dietro lo spauracchio della censura; si invoca la pace mentre si evita accuratamente di nominare l’occupazione, l’apartheid, il colonialismo. Prendere posizione significa chiamare le cose con il loro nome, non giocare con la retorica. Non farlo è disimpegno travestito da coscienza critica.

Tutto questo serve solo a raccogliere like e engagement dentro il recinto rassicurante del progressismo liberale: quello di chi “non può restare in silenzio” (ma lo ha sempre fatto), perché la misura morale sarebbe colma e non ci si può consegnare alla storia come silenti. O, meglio, come complici. In momenti come questi, Venezia porta allo scoperto chi preferisce difendere il proprio orticello invece che prendere una parte. Ma la verità è semplice: o si sta da una parte o dall’altra della storia. Non esistono zone franche.

Di retorica e finto impegno (o meglio: disimpegno) non ne possiamo più. Per noi la cultura, e ancor di più il cinema, non è mai stata neutra. Il cinema che difendiamo è partigiano, sceglie da che parte stare. Non ha paura di nominare le ingiustizie e di chiamare genocidio ciò che genocidio è. Non si accontenta di passerelle, ma cerca verità e responsabilità.

P.S. Grazie - questa volta senza sarcasmo - a chi invece ha preso una posizione partigiana senza se e senza ma, a chi ha bucato la cortina patinata del red carpet portando ciò che sta accadendo a Gaza in questo contesto, alle migliaia di persone che hanno sfilato in corteo ribadendo che vogliamo solo una cosa: PALESTINA LIBERA.

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